Per i più colonialismo e imperialismo sono ricordi lontani, che siano glorificati nella nostalgia collettiva o insegnati come un errore del passato. Multiculturalismo, immigrazione e globalizzazione hanno portato tanto i progressisti che i reazionari a sposare la convinzione che viviamo in una società post-razziale. Ma l'imperialismo, sostiene Kehinde Andrews, è vivo e vegeto. Ha solo assunto una nuova forma, meno esplicitamente violenta: una in cui gli Stati Uniti, e non l'Europa, sono al centro del dominio occidentale, e l'Occidente perpetua la disuguaglianza globale attraverso il capitalismo razzializzato, il governo e istituzioni come l'Onu, il Fmi e la Banca mondiale. Andrews distrugge il mito autocelebrativo secondo cui l'Occidente sarebbe stato fondato sulle tre grandi rivoluzioni della scienza, dell'industria e della politica. Al contrario, le pietre miliari su cui è stato costruito sono genocidio, schiavitù e colonialismo. Viviamo ancora oggi sotto questo sistema. In parole semplici: l'Occidente è ricco perché il resto del mondo è povero. Andrews recepisce l'eredità dei giganti del radicalismo nero, da W.E. Du Bois ad Ava DuVernay, da Angela Davis a Frantz Fanon, e ci consegna una lucida analisi su come la logica del colonialismo sia ancora il substrato della sensibilità quotidiana e cemento della nostra struttura sociale. Rifiutando le soluzioni alla moda offerte dalla sinistra bianca, questo libro è un promemoria della posta in gioco: non dobbiamo accettare le modifiche dello status quo come fossero progressi. La rivoluzione non solo è possibile ma è fondamentale se desideriamo davvero la libertà. Libertà per tutte e tutti o libertà per nessuno.
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