Enquist è scrittore che ama provocare: dalla scelta dei temi, scottanti problemi di storia o di attualità, a quella dei protagonisti, spesso grandi mistificatori o mostri, fino allo stile, secco e senza concessioni, vuole scuotere, suscitare reazioni, scardinare facili risposte acquisite. Come Sciascia, parte spesso da fatti reali per costruire la sua opera sul margine sottile che corre fra documenti e invenzione. Così il suo Strindberg: Una vita: non una biografia, ma un punto di vista personale, in cui l'autore fa gli inevitabili conti che ogni scrittore svedese si trova prima o poi a dover fare con l'ingombrante «padre», il «monumento nazionale», che fu però al centro di scandali e processi, osannato e insultato, ora in trionfo e ora bandito. Era una figura complessa e contraddittoria: misogino che ebbe tre mogli da cui fu amato e odiato con passione, socialista anarchico, ma affascinato da Nietzsche, mistico visionario, ma processato per vilipendio alla religione, pittore solitario e inquieto nomade, fotografo e alchimista, artista che visse in prima persona tutti i fermenti del suo tempo. La vita è raccontata per immagini, con l'immediatezza, l'efficacia e la facilità del linguaggio visivo. Si tratta, infatti, di un «romanzo televisivo», servito da sceneggiatura per una serie a puntate trasmessa sui teleschermi di mezza Europa. Enquist scrive di Strindberg come in un dramma di Strindberg, punta i riflettori sui lati nascosti e sceglie intenzionalmente episodi forti o ambigui ponendo al centro della scena non tanto l'artista, ma l'uomo del suo tempo, l'epoca da cui è scaturita la nostra, e l'uomo nella vita quotidiana, con i dubbi e le illusioni che fanno ogni giorno la nostra.
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